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Almaviva Contact:

la (brutta) storia infinita

 

 

Per una vicenda che sembra avviata verso una conclusione positiva (Almaviva Contact, dopo l’incontro al ministero, “ha confermato di aver accolto l’invito del governo a ritirare il trasferimento dei lavoratori”, da Milano a Rende) se ne apre un’altra che, per quanto annunciata, è perfino più dolorosa.

 

Quando, alla fine di una durissima vertenza, Almaviva Contact aveva deciso la chiusura del sito produttivo di Roma e il conseguente licenziamento di 1.666 lavoratori, questa operazione non aveva toccato 43 colleghe del call center che in quel periodo erano in maternità: la legge infatti impedisce il licenziamento durante il primo anno di vita del bambino.

 

Ora, mentre Almaviva Contact prosegue nell’opera di ristrutturazione (in particolare con lo sviluppo delle attività in Romania, l’avvio di nuove attività outbound a Roma, ecc), i bambini sono cresciuti e, terminato il periodo di protezione legale, per le neo mamme si prospetta il trasferimento in Calabria.

 

Ma, così come per le lavoratrici e i lavoratori di Milano e come aveva affermato anche lo stesso ministro Calenda, questi trasferimenti non sarebbero altro che licenziamenti mascherati. Con l’aggravante della situazione familiare.

 

La spirale di azioni unilaterali che Almaviva Contact ha intrapreso – e che non sembra volere (o sapere) interrompere – ha raggiunto il suo livello più basso.

 

Esprimiamo la nostra solidarietà alle lavoratrici e chiediamo che si apra immediatamente il confronto tra l’azienda e i sindacati delle Tlc per trovare soluzioni lavorative, diverse dal trasferimento, che diano un futuro a queste colleghe e alle loro famiglie.

 

Roma, 30 ottobre 2017                                             RSU Almaviva Roma

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