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4 Dicembre, Referendum costituzionale:
le ragioni del nostro NO

La riforma costituzionale proposta dal Governo e votata a stretta maggioranza dal Parlamento sarà sottoposta al voto dei cittadini il prossimo 4 Dicembre.

Si tratta di una riforma complessa (47 articoli su 139, un terzo della seconda parte della Costituzione) che deve essere valutata in profondità per effettuare una scelta consapevole.

Cercheremo quindi di spiegare in modo articolato la nostra ferma critica alla riforma che ci ha portato alla decisione di scegliere il NO nel voto del 4 Dicembre.

In estrema sintesi, questa riforma:

  1. E’ stata approvata con un metodo sbagliato, il che la rende divisiva in relazione al patto di convivenza civile che lega tutti i cittadini dal dopoguerra.
  2. Risolve in modo sconclusionato dei problemi reali, individuando soluzioni peggiori delle precedenti.
  3. Affronta problemi secondari rispetto a quelli essenziali per il Paese, andando quindi in direzione sbagliata rispetto alle riforme necessarie.

 

  • Un metodo sbagliato

Dal giorno della sua approvazione ad oggi la Costituzione ha subito diverse modifiche, su singoli punti omogenei e specifici, tutte approvate dal Parlamento con larga maggioranza. La larga condivisione delle forze politiche presenti in un Parlamento eletto con sistemi elettorali che garantivano la rappresentanza dei cittadini, ha reso superfluo il referendum e mantenuto l’unanime consenso sulla Costituzione, scritta dall’Assemblea Costituente dopo la guerra che aveva distrutto il Paese.

La riforma odierna, invece, investe un insieme disomogeneo di articoli ed è stata approvata, su proposta del Governo, da una ristretta maggioranza parlamentare, eletta sulla base di una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte, proprio perché prevaricava il criterio della rappresentanza, mediante un premio di maggioranza sproporzionato.

Era possibile fare altrimenti? Certo che sì: o scegliendo la via, già in precedenza battuta con successo, di riforme su singoli punti, maggiormente condivisi (esempio: l’abolizione del CNEL), oppure la via di una riforma complessiva elaborata da un’assemblea parlamentare eletta almeno con una nuova legge non illegittima (meglio se proporzionale, ma questa è solo una nostra opinione).

Il risultato del metodo sbagliato è appunto una riforma divisiva, che mina il patto di convivenza civile tra i cittadini e che è esposta, altresì, alla sua futura messa in discussione da parte della Corte Costituzionale.

 

  • Soluzioni peggiori delle precedenti

Tra i problemi reali (benché non sempre prioritari) che la riforma affronta con soluzioni sbagliate ci sono sicuramente i cosiddetti “costi della politica”, la lentezza del processo legislativo e il rapporto Stato – Enti Locali (Regioni e Comuni).

Sul punto dei “costi” è sufficiente osservare che la sostituzione dei 315 senatori eletti dai cittadini con i 100 senatori eletti (non si sa in che modo) dai Consigli Regionali comporta, secondo le stime degli uffici studi competenti, un risparmio quantificabile in circa 50 milioni. Risparmi assai maggiori si sarebbero avuti riducendo gli eletti in Camera e Senato a 400 e 200 rispettivamente. Oppure riducendo le indennità di funzione dei Parlamentari a un livello paragonabile a quello di altri Paesi occidentali, entrambe soluzioni maggiormente condivise nel Paese e nel Parlamento: e senza per questo dover rinunciare al voto dei cittadini.

Sul punto della lentezza del processo legislativo, i dati reali sui tempi di approvazione dei provvedimenti sembrano negare la fondatezza di questo problema, ma in ogni caso la definizione approssimativa e confusa di 9 iter diversi di approvazione delle leggi a seconda delle tematiche affrontate, non sembra proprio una soluzione efficace, aprendo alla conflittualità tra istituzioni e tenendo conto della frequente disomogeneità dei provvedimenti da approvare (si pensi, per esempio, ai famigerati decreti “Milleproroghe”).

Sul rapporto Stato – Enti locali, infine si compie veramente un capolavoro: le stesse forze politiche che hanno approvato circa 15 anni fa il cosiddetto “federalismo” morbido, oggi ci propongono di ampliare da 30 a 50 le materie di competenza esclusiva dello Stato centrale, comprese le politiche ambientali ed energetiche dove l’attuale ordinamento aveva permesso esperienze innovative e virtuose e, di fatto, avocare a sé ogni decisione, se ritenuta (dal Governo) di “interesse nazionale”.

 

  • Direzione sbagliata delle riforme

Le modifiche della Costituzione di questa riforma, insieme alla legge elettorale vigente, rafforzano il Governo rispetto al Parlamento (imposizione del voto a data certa, diritti delle minoranze stabiliti dalla maggioranza, premio di maggioranza abnorme), accentrano i poteri dagli Enti Locali allo Stato, diminuiscono la partecipazione dei cittadini (niente voto per il Senato, dopo aver tolto quello per le Provincie, aumento del numero di firme per le proposte di legge di iniziativa popolare, liste elettorali bloccate, immunità parlamentare per i nuovi senatori). In sintesi, allontanano il potere dai cittadini.

Il contrario di ciò che sarebbe necessario. In un momento storico in cui la globalizzazione trionfante sposta i centri di potere in luoghi lontani e verso soggetti non eletti e quindi non sottoposti al controllo democratico dei cittadini, la strada dovrebbe essere alternativa: decentrare il potere, diffondere la democrazia e la partecipazione, rafforzare il potere legislativo delle Camere elette nei confronti del potere esecutivo del Governo, sottoporre anche alle comunità locali le decisioni che impattano fortemente sulla loro vita: solo così sarebbe possibile superare il distacco tra cittadini e politica e il dominio dell’economia sulla politica che tanti danni stanno procurando alla libertà e alla giustizia sociale.

 

CONCLUSIONI

Un esame ragionato della riforma costituzionale proposta sarebbe sufficiente a motivare la nostra scelta per il NO.

 

Ma c’è un’altra motivazione, più politica, a convincerci di questa scelta: una delle principali società che dominano la finanza mondiale (JPMorgan) scriveva nel 2013 (http://www.wallstreetitalia.com/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste/): “le costituzioni del sud europeo mostrano una forte influenza delle idee socialiste e in ciò riflettono la grande forza raggiunta dai partiti di sinistra dopo il fascismo. (…) Ci sono esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti e delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, diritto di protesta se i cambiamenti non sono graditi.”

 

Ecco, noi non vogliamo rinunciare alle tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e al diritto di protestare e opporci ai cambiamenti non graditi.

 

Noi siamo per la democrazia dei cittadini e contro lo strapotere delle società finanziarie.

Per dirla con uno slogan che ha avuto fortuna nel mondo, noi siamo per il 99% e contro l’1%.

Per questo il 4 dicembre voteremo NO alla riforma costituzionale.

 

Delegati Rsu Almaviva SpA per il NO: Marco Acquistapace, Giuseppe Casafina, Fiorella Daniele, Renato Fagioli, M. Rosaria Fazzone, Stefania Formisano, Massimo Gentile, Maurizio Messina, Maria Grazie Nati, Marco Onorati, Andrea Pietropaoli, Fabrizio Potenza, Nicola Rinaldi, Emilio Roazzi, Ettore Torreggiani, Riccardo Vallone, Imma Volpe

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