Il 18. In articulo mortis

 

L’accanimento col quale governo e parti sociali si stanno confrontando sull’art.18 dello Statuto dei Lavoratori potrebbe apparire, ad un’analisi superficiale, inspiegabile. Infatti, già una legge precedente prevedeva l’impossibilità – per le aziende con più di 15 dipendenti – di licenziare senza giusta causa; mentre lo Statuto dei Lavoratori (Legge Brodolini), all’Art.18, dispone esclusivamente il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa. E vale la pena ricordare che le sue applicazioni pratiche sono state, in realtà, pochissime.

In realtà, il Governo sostiene che è proprio dall’art.18 che dipende la scarsa propensione delle società internazionali ad investire in Italia, e che la sua soppressione (con la trasformazione del reintegro in un’indennità monetaria) provocherebbe un balzo in avanti degli investimenti esteri in Italia e quindi una forte crescita del Pil e della stessa occupazione (licenzio te, ma ne assumo altri tre!). Ora, è del tutto evidente che le cause dello scarso interesse degli investitori internazionali per il nostro Paese sono ben altre (carenza di infrastrutture, alto costo dell’energia, corruzione della P.A., invadenza della malavita organizzata, incertezza del diritto, ecc.) e ad esse si può forse aggiungere, ma certo agli ultimi posti, anche l’esistenza dell’art.18.

La realtà è dunque diversa, e forse sfugge anche allo stesso sindacato, che pure si batte coraggiosamente contro il mercatismo conformista del governo e dei media.

Accettare che il posto di lavoro possa essere riscattato con un indennizzo monetario significa ammettere definitivamente che il lavoro sia una merce come tutte le altre, e che possa essere comprato, venduto e lasciato, senza alcuno scrupolo, esattamente come si compra, si vende e si abbandona un oggetto qualunque.

 

In altri termini, la dignità del lavoro come realizzazione di un modello di vita e come espressione della personalità del lavoratore verrebbe sostituita da un rozzo sinallagma: non mi piaci, ti pago e te ne vai.
Superfluo osservare come tutto ciò sia in netto contrasto non solo con la nostra Costituzione in generale, ma proprio con il suo primo articolo, che potrebbe essere cambiato come segue: «L’Italia è una Repubblica fondata sui quattrini». Non che il cambiamento – con l’aria che tira – sarebbe fuori luogo; ma la sfacciataggine appare eccessiva.

Che il lavoro stia diventando una merce è abbastanza evidente: basta osservare le condizioni del precariato, privo di garanzie e di tutele. introdotto anni or sono – non possiamo non ricordarlo – da Treu e Prodi, con il nome consolatorio di «flessibilità»; ma che la sua mercificazione incontri qualche ostacolo appare sotto ogni aspetto giusto e comprensibile.

Duccio Valori (ex Direttore Centrale IRI)

 

il manifesto – 14 febbraio 2012

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