A caro prezzo

di Andrea Palladino

La multinazionale romana Acea aumenterà le bollette fino al 20% per accontentare gli azionisti. E non anticiperà gli investimenti nelle zone in emergenza idrica. Ma, non avendo rispettato il contratto con i comuni della Provincia, dovrebbe pagare una penale di 20 milioni di euro. Che potrebbero servire a diminuire i costi per i cittadini. Ma i sindaci la salvano: rivedremo la regola

Il diavolo si nasconde nei dettagli, dice un vecchio detto. E a volte in una banale bolletta dell’acqua si può scoprire la più grande balla che viene raccontata da qualche anno a questa parte: la gestione privata e il mercato sono l’unica vera soluzione per salvare i nostri acquedotti.
Conviene partire dalla fine della storia, dalla fattura che arriva nelle case italiane. Più precisamente dei romani, la cui acqua è fornita da tempo immemorabile da Acea, società divenuta nel frattempo privata e primo gestore italiano.

Il prezzo è giusto?

La bolletta dell’acqua si basa su una variabile indipendente, vero totem della gestione privata: il ricavo garantito per il gestore. Poco importa se c’è la crisi, ad Acea – così come ad Hera o Iride, ad Acqualatina o alla calabrese Sorical – alla fine dei conti gli utili devono essere garantiti. L’esempio più classico di come il prezzo dell’acqua si basi sui diabolici meccanismi del ricavo garantito viene da Firenze, dove il sistema idrico è gestito da Publiacqua, società controllata da Acea Holding. Quando i fiorentini iniziarono a risparmiare l’acqua, la società chiese di aumentare il prezzo per compensare la flessione della vendita.

Qualcosa di simile accadrà a Roma. Dal primo gennaio 2011 la società romana potrà fatturare solo i metri cubi realmente erogati e non una cifra a forfait, un sistema che ha garantito finora un ricavo stabile e sicuro ad Acea. Un atto dovuto, visto che in questo senso la legge parla chiaramente. Ma facendo i conti la società si è accorta che avrebbe incassato meno di quanto dovuto ed ha chiesto di aumentare la tariffa, con un incremento che in alcuni casi potrebbe arrivare al 20%. Chi comanda sul tavolo alla fine sono i conti, gli utili e gli azionisti.

Se la qualità sparisce

Il prezzo dell’acqua nella capitale d’Italia ha però qualche dettaglio – decisamente significativo – in più.

Il contratto che regola la gestione del servizio idrico – approvato dai consigli comunali di 74 comuni della provincia oltre che di Roma – prevede un sistema per garantire l’efficienza di Acea. C’è un parametro nel costo dell’acqua – chiamato Mall – che dovrebbe diminuire il ricavo riconosciuto ad Acea quando qualcosa non funziona. In sostanza ogni anno, secondo il contratto in vigore, il gestore deve presentare i dati sui reclami, sulle interruzioni del servizio, sulla riduzione dell’erogazione dell’acqua e su altri parametri che misurano la qualità. Alla fine – si legge sempre nel contratto – ne deriva un numero in grado di ridurre i soldi che verranno dalle bollette.

Dal 2003 – anno della convenzione con Acea – ad oggi questo parametro non è stato mai applicato. Il perché lo spiega un documento preparato dalla segreteria tecnica operativa dell’Ato 2 e distribuito ieri ai sindaci della provincia di Roma: «Fino ad ora nonostante le numerose richieste il gestore non ha integrato tutte le informazioni necessarie per il calcolo di tali parametri e risulta quindi impossibile, a meno di simulazioni, calcolare il valore reale del parametro Mall». E subito dopo l’organo tecnico che si occupa di vigilare sulla gestione di Acea prova a fare due conti: «Tale simulazione, se fosse confermata, comporterebbe una penale di circa 20 milioni di euro all’anno». In altre parole, se il contratto con Acea fosse stato rispettato e si fosse calcolato il parametro che misura la qualità del servizio, alle famiglie di Roma e provincia l’acqua sarebbe costata 20 milioni di euro in meno.

Un cifra che potrebbe arrivare – secondo il calcolo teorico realizzato dai tecnici – a 160 milioni di euro, considerando il periodo dal 2003 al 2010. Cifre difficili da confermare, visto che fino ad oggi Acea non ha fornito tutti i dati richiesti e dovuti.

La risposta la società l’ha data ieri durante la conferenza dei sindaci dei comuni della provincia di Roma. «Quel parametro non ci piace», ha spiegato l’amministratore delegato di Acea Ato 2 Sandro Cecili. E subito è arrivato l’assist da chi avrebbe dovuto far rispettare quella regola: rivedremo il sistema, hanno spiegato dal tavolo della presidenza dell’Ato 2.

L’utile è sacro

Il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti ha un ruolo importante nella gestione dell’acqua nella zona di Roma. Coordina l’autorità d’ambito e rappresenta i comuni nell’assemblea dei soci di Acea Ato 2. Ma non ha un gran potere in realtà, visto che Acea Holding ha in mano il 97% del pacchetto azionario, lasciando il resto diviso tra provincia e i 74 comuni gestiti.

Sarà forse per questo che la sua proposta di anticipare gli investimenti nelle zone dove l’emergenza idrica dura da anni è caduta nel vuoto. Di fronte ad un utile milionario la provincia di Roma aveva chiesto che il 50% fosse utilizzato come anticipo di cassa per intervenire subito. Nessun regalo, ovviamente, perché quei soldi «Acea li avrebbe integralmente recuperati con la tariffa nei prossimi anni», come spiega l’assessore provinciale all’ambiente Michele Civita.

Ma Acea Holding – che ha il controllo pressoché totale della società che gestisce l’acqua in provincia di Roma – ha risposto con un no secco: quei soldi vanno agli azionisti. In fin dei conti loro l’acqua la vendono, e a che prezzo.

il manifesto – 6 luglio 2010

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