La Panda è la Fiat che dà meno margini di guadagno. Scegliere di costruire qui un modello del genere, che le altre case producono nei paesi emergenti, significava di per sé dover ottenere condizioni del lavoro simili a quelle. Che poi, magari, saranno replicate in altri stabilimenti

Alfredo Recanatesi

C’è da trasecolare ascoltando le dichiarazioni del governo – Sacconi e Tremonti in particolare – che additano l’accordo da raggiungere su Pomigliano come “il” modello delle nuove relazioni industriali. C’è da chiedersi se sanno quel che dicono e se si rendono conto che quelle loro dichiarazioni schiudono un futuro disperante per il nostro già malconcio paese.

Nel caso specifico, la questione di Pomigliano nasce quando il governo obiettò alla Fiat la circostanza che, tra i grandi paesi dell’Europa occidentale, l’Italia si distingueva per essere quello nel quale si producevano meno automobili. La Fiat concesse di elevare la produzione sul territorio nazionale da 600.000 a 900.000 unità. Soddisfazione generale, perché pochi annusarono il trabocchetto che Marchionne andava tessendo. Quando si delinearono gli aspetti operativi di quel piano, infatti, venne fuori che la quota addizionale della produzione di autoveicoli sarebbe stata costituita dalla Panda, il cui nuovo modello, anziché in Polonia come il modello attualmente ancora in produzione, sarebbe stato prodotto, appunto, in Italia.

La Panda? E perché proprio la Panda?

La Panda, come tutti sanno, è il modello entry-level dell’intero gruppo Fiat. Seppure progettata con una perizia non facilmente eguagliabile, è la più spartana ed economica della gamma, e come tale si confronta con le entry-level delle altre case generaliste. Date queste connotazioni, si può capire perché in questa fascia di mercato la fanno da padrone le case coreane – filiazioni di case giapponesi ed americane – seguite da quelle europee. Ma le auto che troviamo come ingresso nei listini delle case europee occidentali non sono fabbricate in Francia o in Germania, ma nei paesi dell’est europeo, come per altro la Fiat ha fatto finora con l’attuale modello della Panda e con la più ricercata 500, o in paesi più lontani. La Volkswagen, per dire della maggiore casa europea, ha in listino un modello della classe Panda, la Fox, ma non esce certo dagli stabilimenti tedeschi, essendo fabbricata nientemeno che in Brasile e in Argentina. Il motivo è semplice: si tratta di auto economiche, che si confrontano nella fascia in cui la concorrenza è più accesa, con una domanda estremamente elastica al prezzo; auto, in definitiva, con il più basso contenuto di valore aggiunto e con margini, se e quando ci sono, ridotti all’osso. Auto dunque che può essere conveniente produrre solo alla condizione che vengano fabbricate in paesi dove i salari sono bassi, la manodopera poco o nulla sindacalizzata, le tutele scarse o inesistenti del tutto.

Lo stesso fatto di immaginare di fabbricare la Panda in Italia, quindi, presuppone condizioni che equiparino costi ed organizzazione del lavoro a quelli che possono essere ottenuti in Corea o, al massimo, nell’Europa dell’est. Il protocollo Fiat che detta le condizioni per investire su Pomigliano per farvi 280.000 nuove Panda l’anno non è altro che lo sviluppo per tabulas di questa equiparazione. Ben altro discorso sarebbe se, anziché con la Panda, si volesse ampliare la produzione domestica con auto di classe più elevata, con un maggiore valore aggiunto, margini più ampi, e, dunque, possibilità di sostenere più onerose condizioni economiche e normative per le maestranze.

Dice: meglio polacchi, rumeni, coreani e magari anche cinesi che disoccupati. Certo, messa in questi termini non c’è scelta. Se queste condizioni non si realizzano, la Panda non si può fare in Italia, Pomigliano chiuderà e 15.000 persone, tra occupazione diretta e indotto, perderanno il lavoro in una zona dove di lavoro dignitoso e, soprattutto, legale non ce n’è. La tesi dei tanti benpensanti, compresi i benpensanti sindacalisti, sembrerebbe di una linearità ineccepibile, e schiavo di stantìe ideologie sembrerebbe chi la pensa diversamente e, pensandola diversamente, spinge 15.000 famiglie sul lastrico.

Eppure qualcosa da eccepire c’è. Intanto sulla strategia della Fiat che, certo, è una azienda privata che ha tutto il diritto di compiere le scelte che ritiene per lei più convenienti. Ed è ovvio che la sua convenienza sta nel puntare su un’auto in concorrenza con prodotti fabbricati in paesi emergenti al fine primario di chiedere l’applicazione in Italia di condizioni da paese emergente col fine secondario di poterle replicare, se l’operazione riesce come riuscirà, sugli altri stabilimenti italiani e fare scuola per chissà quante altre manifatture nazionali.

Ma soprattutto c’è da eccepire su chi, facendo leva su quei 15.000 sventurati che devono scegliere se mangiare la minestra o saltare (letteralmente) dalla finestra, esulta per la “svolta storica” e per il “nuovo modello di relazioni” che così verrebbe stabilito. Davvero? La responsabilità, la modernità, il realismo, la lungimiranza consisterebbero nell’assunzione di paradigmi coreani, cinesi, o, bene che vada, polacchi per le condizioni di lavoro e di vita? È questo che intendono i nostri politici, i nostri governanti, i sindacalisti “responsabili”? Almeno risparmiateci queste paternali elargite col ditino alzato per dimostrare che in questo modo l’industria nazionale prospera e tutti ci possono guadagnare.

La storia è ormai lunga e dimostra ad abundantiam esattamente il contrario, ossia che il recupero di produttività realizzato a spese del fattore lavoro non solo non funziona, ma conduce un paese che ambiva confrontarsi con i modelli dell’Europa occidentale a confrontarsi con i paesi emergenti dell’est-Europa, dell’Asia, del sud-America. È una storia cominciata da almeno quindici anni, ossia da quando al sistema produttivo nazionale è venuta meno la elargizione di competitività che periodicamente veniva realizzata attraverso la svalutazione della moneta. Mediamente – e ripetiamo: mediamente – il sistema produttivo o, più specificamente, il sistema manifatturiero, non ha riformulato la sua strategia impostata sul prezzo per puntare sulla innovazione e sulla qualità, con la conseguenza che si è trovata a competere con paesi sempre più attardati sulla via dello sviluppo economico e civile. Le imprese, di conseguenza, hanno incontrato crescenti difficoltà nel difendere le posizioni di mercato precedentemente raggiunte, la loro sopravvivenza è stata sottoposta a crescenti rischi, e per allontanare questi rischi hanno chiesto ed ottenuto di recuperare la competitività perduta a spese del fattore lavoro: dall’accordo del ’93 che aprì l’epoca della moderazione salariale al Pacchetto Treu, e poi il profluvio di contratti atipici, e poi la legge 30, e poi la contrattazione decentrata e via dicendo fino al protocollo del Lingotto su Pomigliano.

In breve, il problema di un sistema produttivo che – per la sua stessa struttura basata sulla piccola dimensione, per carenza di capitali propri, per una scarsa propensione al rischio, per la incapacità di investire nell’innovazione di prodotto – ha accusato pesantemente i colpi della competizione globale è stato sempre risolto, o almeno alleviato, erodendo le condizioni di vita e di lavoro che maestranze e dipendenti avevano conquistato nel corso del ‘900.

Con quali risultati? Nessuno di quelli che di volta in volta erano stati promessi da governi, Confindustria, imprese: la ricomposizione del sistema produttivo è stata disincentivata, il nostro modello di specializzazione è rimasto fondamentalmente quello basato sulla competitività di prezzo, il prodotto ha rallentato la crescita fino a regredire; la distribuzione del  valore aggiunto prodotto si è costantemente spostata a favore del capitale e delle rendite; il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è fermo da quindici anni e per molti è regredito; l’area del precariato sottopagato e con tutele scarse o nulle si è progressivamente estesa. Questi sono i risultati di politiche presentate di volta in volta come “moderne” e “responsabili”. Ora la Panda è l’emblema di un paese che, dopo aver sognato di potersi confrontare con Francia, Germania o Inghilterra, si ritrova a competere con polacchi, rumeni, coreani o cinesi. Ogni vertenza si chiude scendendo un gradino di una scala che terminerà solo quando le condizioni di vita e di lavoro saranno equivalenti a quelle dei paesi emergenti: ogni volta si guarda a quel singolo gradino che si finisce per scendere, è ovvio, perché un gradino in meno è sempre meglio della disoccupazione. Anche questa volta il gradino di Pomigliano verrà sceso, ma almeno non si pretenda che si faccia festa, ma si abbia consapevolezza di una necessità che perpetua il declino dell’ultimo quindicennio.

L’evidenza della sintomatologia rende facile la diagnosi di questo ormai lungo ed accentuato declino. Delle terapie si può dire solo che postulano cure lunghe e probabilmente penose perché l’obiettivo non può che essere un diverso modello di specializzazione (quello che occorreva adottare e promuovere almeno quindici anni fa) e comporta processi economici e sociali che possono essere sostenuti solo a fronte di un programma in grado di riscuotere un consenso diffuso e convinto (questa, illustre ministro dell’Economia, sarebbe una economia sociale di mercato, non il protocollo coreano di Pomigliano). È una prospettiva certamente severa e dall’esito tutt’altro che scontato, ma è ancor più severa, perché senza speranza, la prospettiva di una equiparazione alla Corea o alla Romania. Mutuando le parole di Lichtemberg, è il caso di concludere dicendo “in verità non si può dire se la situazione sarà migliore quando cambierà; ma si può dire che deve cambiare se si vuole che sia migliore”.

(16/06/2010)

UGUAGLIANZA E LIBERTA’ – Rivista di critica sociale on-line

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